La concorrenza sleale è una pratica scorretta che alcune attività possono mettere in atto al fine di screditare i concorrenti. Scopri nel dettaglio il significato, quali sono le normative e le strategie per proteggere la tua attività.
La definizione di concorrenza sleale
La concorrenza sleale si verifica quando un’azienda adotta delle pratiche scorrette con l'obiettivo di ottenere un vantaggio competitivo a danno dei concorrenti, violando i principi di correttezza e lealtà commerciale. Queste pratiche, oltre a danneggiare le imprese coinvolte, distorcono il mercato, riducono la trasparenza e compromettono la fiducia dei consumatori.
Qualsiasi comportamento che violi i principi di correttezza professionale e possa danneggiare un concorrente può essere considerato concorrenza sleale. Ciò include varie tipologie di pratiche come lo sviamento della clientela, il dumping commerciale e la violazione del patto di non concorrenza, ossia dei comportamenti che alterano la leale competizione di mercato.
La base normativa: l’art. 2598 del Codice Civile sugli atti di concorrenza sleale
In Italia, la concorrenza sleale è regolata dall’articolo 2598 del Codice Civile, che distingue le principali categorie di atti illeciti. Essa si applica a tutte le imprese, comprese le società per azioni e le società di capitali, che operano nello stesso mercato e competono per la stessa clientela.
L'art. 2599 prevede l’inibizione dell’attività illecita e misure correttive, mentre l'art. 2600 regola il risarcimento per il danno subito.
Quali sono gli atti di concorrenza sleale?
In base alla normativa, esistono tre principali categorie di concorrenza sleale: gli atti confusori, la denigrazione della concorrenza e l’appropriazione di pregi altrui. Tuttavia, esistono anche altre pratiche scorrette che compromettono la leale competizione sul mercato, come la concorrenza parassitaria e la pubblicità ingannevole.
Atti confusori
Gli atti confusori si verificano quando un’azienda utilizza nomi, marchi o segni distintivi simili a quelli di un concorrente, generando confusione tra i consumatori. Questo comportamento può avvenire attraverso l’uso illecito di segni distintivi, l’imitazione servile di propri prodotti o qualsiasi altro mezzo non conforme ai principi di correttezza professionale, volto a far credere ai clienti che due aziende siano collegate o che i loro prodotti abbiano la stessa origine.
Le principali forme di concorrenza sleale confusoria includono:
- Imitazione servile: riproduzione quasi identica di un prodotto o della sua confezione, senza alcun elemento di originalità. Questo può riguardare anche il design di un sito web o la struttura di un e-commerce;
- Uso illecito di segni distintivi: impiego di nomi, loghi o marchi che somigliano a quelli di un’altra azienda, inducendo il pubblico a credere che esista un legame tra le due imprese;
- Sviamento della clientela: strategie che deviano i clienti di un'impresa concorrente attraverso delle pratiche ingannevoli, come l’acquisto di annunci pubblicitari su Google con il nome del competitor o la creazione di domini simili al fine di intercettare il traffico destinato ad altri brand.
Denigrazione della concorrenza
La denigrazione della concorrenza è una pratica sleale che consiste nella diffusione di informazioni false o ingannevoli su prodotti e sulle attività di un concorrente, con l’obiettivo di screditarne l’immagine e di influenzare negativamente la percezione dei consumatori. Questo può avvenire attraverso recensioni false, comparazioni sleali o campagne diffamatorie sui social media.
Le forme principali di denigrazione includono:
- Diffusione di notizie false: dichiarazioni non veritiere sulle qualità di un prodotto concorrente o sulla sua affidabilità;
- Comparazioni sleali: confronti tra prodotti o servizi che alterano la percezione del pubblico, facendo apparire il competitor in una luce negativa;
- Recensioni negative false: pubblicazione o sponsorizzazione di recensioni fraudolente su piattaforme come Google, Trustpilot o TripAdvisor al fine di danneggiare la credibilità di un’azienda;
- Campagne diffamatorie sui social: attacchi diretti o indiretti, spesso tramite account anonimi, per screditare un marchio.
Appropriazione di pregi altrui
L’appropriazione di pregi altrui è un atto di concorrenza sleale in cui un’azienda si attribuisce, in modo fraudolento, le qualità, le innovazioni o le caratteristiche positive di un’altra impresa o dei suoi prodotti.
Esempi di appropriazione indebita di pregi includono:
- Dichiarazioni fuorvianti: un’azienda che afferma di avere certificazioni, premi o caratteristiche di qualità che in realtà appartengono a un competitor;
- Uso improprio di claim pubblicitari: pubblicizzare un prodotto con diciture che appartengono ad altri (es. “la prima azienda a lanciare questa tecnologia” quando ciò non è veritiero);
- Imitazione del packaging o della comunicazione di un marchio noto: strategie di marketing che sfruttano la notorietà di un altro brand per attirare clienti, senza un reale valore aggiunto.
Questa pratica può portare i consumatori a fare delle scelte sbagliate, credendo di acquistare un prodotto con determinate qualità che in realtà appartengono a un altro marchio.
Altri atti di concorrenza sleale
Oltre agli atti confusori, alla denigrazione e all’appropriazione di pregi, esistono altre forme di concorrenza sleale altrettanto dannose. Tra queste, la concorrenza parassitaria si verifica quando un’azienda copia sistematicamente strategie, campagne marketing o prodotti di un concorrente senza aggiungere dell'innovazione. Degli esempi includono:
- Copiare iniziative commerciali e pubblicitarie di successo senza elementi distintivi;
- Replicare prodotti o servizi dopo il loro successo sul mercato, senza includere delle migliorie.
La pubblicità ingannevole, invece, altera le scelte dei consumatori diffondendo informazioni false. Alcuni esempi comuni sono:
- Promesse non veritiere su funzionalità o benefici inesistenti;
- Finti sconti con prezzi gonfiati prima della promozione;
- Uso ingannevole di immagini e di testimonial;
- Comparazioni sleali per screditare i competitor.
Come difendersi dalla concorrenza sleale?
La concorrenza sleale può avere delle conseguenze gravi per un’azienda, causando perdite economiche, danni alla reputazione e riduzione del numero di clienti. Per questo motivo, il sistema giuridico italiano offre diversi strumenti per tutelarsi da pratiche scorrette e per garantire una competizione leale.
Strumenti di tutela legale
Un’azienda danneggiata può denunciare l’illecito al Tribunale delle Imprese, fornendo delle prove come documenti, testimonianze e perizie tecniche. Il giudice può ordinare la cessazione dell’atto, il ritiro dei prodotti contraffatti e il risarcimento danni, oltre a sanzioni economiche e alla pubblicazione della sentenza.
Per prevenire questi problemi, le aziende possono ricorrere al patto di non concorrenza, ossia un accordo che impedisce a ex dipendenti o collaboratori di svolgere attività concorrenti dopo la cessazione del loro rapporto di lavoro.
In base alla normativa italiana, il patto di non concorrenza può durare fino a 5 anni per i dirigenti e 3 anni per le altre tipologie di lavoratori e deve specificare l'ambito territoriale, il settore di applicazione e un compenso adeguato per il lavoratore. La sua violazione comporta azioni legali, sanzioni economiche e il risarcimento dei danni all’azienda danneggiata.
La Camera di Commercio e la gestione delle controversie
Oltre alle vie legali, le imprese possono segnalare gli atti di concorrenza sleale alla Camera di Commercio. Il procedimento inizia con un reclamo formale, corredato da prove (documenti, email, screenshot) e tentativi di risoluzione informale. La Camera di Commercio può, quindi, convocare le parti, proporre una mediazione o, nei casi più gravi, segnalare l’illecito alle autorità competenti.
Una soluzione efficace in questa situazione è la mediazione commerciale, la quale consente di risolvere la disputa in circa tre mesi, con costi ridotti e la massima riservatezza. Il processo prevede la richiesta di mediazione, la nomina di un mediatore e un incontro tra le parti al fine di trovare un accordo. Se la conciliazione fallisce, si può successivamente ricorrere al tribunale.
Esempi di concorrenza sleale
La concorrenza sleale varia in base al settore e colpisce in modo particolare quelli più competitivi. Tra le tipologie di attività più esposte troviamo:
- E-commerce e retail online: imitazione servile dei prodotti o delle strategie, recensioni false al fine di danneggiare la reputazione..
- Tecnologia e digitale: furto di codice, spionaggio industriale, pubblicità comparativa ingannevole.
- Moda e lusso: contraffazione di marchi, vendita di imitazioni, branding ingannevole.
- Alimentare e ristorazione: loghi e nomi simili, falsificazione di certificazioni, diffusione di notizie false.
- Servizi professionali: sviamento dei clienti, violazione del patto di non concorrenza, dumping sui prezzi.
Come riconoscere gli atti di concorrenza sleale
Riconoscere la concorrenza sleale non è sempre facile, ma alcuni segnali possono aiutarti a individuarla. Se noti una perdita improvvisa di clienti senza una causa apparente, potresti essere vittima di uno sviamento della clientela, ad esempio da parte di un ex dipendente o di un concorrente che sta utilizzando informazioni ingannevoli.
Una somiglianza eccessiva tra il tuo brand e le attività di un concorrente può indicare una concorrenza confusoria, soprattutto se vengono imitati segni distintivi legittimamente usati, come il logo, il nome commerciale o il packaging, inducendo i consumatori in errore. Un aumento improvviso di recensioni negative sospette potrebbe, invece, segnalare un tentativo di diffamazione. Anche il dumping, ovvero prezzi insostenibilmente bassi per eliminare la concorrenza, e la concorrenza parassitaria, ovvero la copiatura sistematica di strategie e prodotti senza aggiungere innovazione, sono delle pratiche sleali da tenere monitorate.
Infine, delle fughe di dati riservati possono indicare dello spionaggio industriale o un'infedeltà aziendale. Individuare tempestivamente questi segnali ti permette di difendere la tua attività con gli opportuni strumenti legali.
Sanzioni per la concorrenza sleale
Chi commette concorrenza sleale può subire provvedimenti legali, sanzioni economiche e richieste di risarcimento danni.
L’articolo 2599 del Codice Civile stabilisce che il tribunale può:
- Bloccare l’attività sleale con un’ordinanza inibitoria;
- Disporre il ritiro di prodotti illeciti dal mercato;
- Imporre un risarcimento danni per le perdite economiche e di immagine subite dalla vittima.
Nei casi più gravi, l’azienda colpevole può ricevere multe, sanzioni amministrative e persino una denuncia penale (come nel caso di contraffazione o attività di spionaggio industriale).
Quando è possibile richiedere il risarcimento?
Al fine di ottenere un risarcimento, è necessario dimostrare che:
- Esiste un rapporto di concorrenza tra le due aziende;
- È stato commesso un atto sleale ai sensi dell’art. 2598 del Codice Civile (es. imitazione, diffamazione o sviamento clientela);
- Si è subito un danno concreto, come una perdita di clienti o un calo del fatturato.
Chi sospetta di essere vittima di concorrenza sleale può rivolgersi alla Camera di Commercio o avviare un’azione legale in modo da tutelare il proprio business.
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